La (s)fortuna del principiante

Affinando la tecnica, ogni grower avrà modo di sviluppare l’occhio sulla quantità delle piante coltivabili per lo spazio che ha a disposizione; prima però dovrà ficcarsi in testa che è necessario coprilo tutto, al fine di non sprecare lumen.

Ricordo con molto affetto la mia prima piant”ina” outdoor, Nancy; era un esemplare di Tangerine Dream, il miglior fenotipo che sarebbe potuto capitarmi…pareva un abete foltissimo in miniatura (di solo di 180 cm) . Purtroppo, a metà estate, quando era ormai una signorina di 4 mesi, il suo tronco da lemon three fu spezzato alla base da un fortissimo vento mattutino che soffiava furioso, e intenzionato palesemente a fare danni, dall’inizio della sera prima. All’alba sentii un fragoroso crack seguito dal fruscio della pianta che cadeva spezzata, insieme al mio cuore. Il brutto è che non sto esagerando…così mi alzai all’istante e mi adoperai per fare l’impossibile per salvarle la vita: la portai al riparo e con del mastice antibiotico naturale, il miele, la incollai con l’aiuto del nastro americano e della rafia; praticai dei fori precisi sull’enorme vaso con un taglierino e cominciai a legare tutti i rami principali in modo tale che la pianta potesse riacquistare la sua posizione iniziale e che la linfa potesse ritrovare la propria via.

Nancy sopravvisse fino alla fine dell’autunno, ma, indebolita com’era per l’enorme trauma subito, non produsse nulla di consumabile. Fu in quel momento che realizzai che fino all’anno seguente non avrei mai potuto assaporare nulla di autoprodotto, così cominciai a prendere in considerazione il lato oscuro della forza…la coltivazione indoor. Pochi mesi dopo cambiai casa e acquistai una growbox da 150x150x200 che potesse contenere gli alberi che mi ero ripromessa di replicare in serra.

Cominciò tutto alla grande; misi a germinare 4 semi di AK48 di Nirvana, convinta fossero autofiorenti, e 3 di Jack Herrer che divennero presto delle belle piantine in piena salute grazie alla tempistica del travaso senza traumi in vasi da 15L e al mantenimento ottimale di temperatura ed umidità: l’ambiente che avevo scelto per loro era perfetto in questi termini.

Per essere state posizionate sotto una 250w MH, tutte le piante non mostravano eccessivi segni di stretch, solamente, le AK sembravano un tantino troppo grandi per essere delle autofiorenti, soprattutto se paragonate alle altre femminizzate.

Presto mi resi conto che le piante erano troppo poche per ricoprire la superficie totale della growbox e piantai altri 3 semi di Himalayan Gold (non l’avessi mai fatto!) che si rivelarono essere dei freak assurdi fin dalla nascita (avevano le foglie troppo palmate e a 4 punte).

Dopo circa 20 giorni di vegetativa, le AK non fiorivano ancora, mentre le Jack Herrer non vedevano l’ora di esplodere….mi sorse il dubbio che quelle enormi AK48 non fossero automatiche…e così era: impostai subito il timer a 12 ore, altrimenti avrebbero rischiato di bruciarsi e/o di superare il riflettore in altezza. Installai una 600w HPS.

Nel frattempo, dato che il periodo lo permetteva e avrei voluto occupare tutta la superficie coltivabile, tenevo le 3 freak in outdoor durante le ore di buio della grow e le riportavo in casa la sera, previo controllo e lavaggio per evitare di contaminare le altre piante con eventuali parassiti…non portai dentro neanche un parassita, in compenso una Jack Herrer prese l’oidio: cominciò a mostrare segni di indebolimento che le portò avvizzimento, afflosciamento e morte nel giro di pochi giorni e, nonostante l’avessi portata fuori appena individuato il mal bianco, la stessa sorte toccò alle altre Jack Herrer e a una AK48, quella più indietro. Ovviamente estirpai quelle Himalayan Gold deformi, fonti dirette del contagio.

Fu un disastro: stavo per perdere tutte le piante ma, per fortuna, riuscii a salvare le due AK48 più grandi che erano già in fioritura avanzata rispetto a tutte le altre piante. Il fungo si era propagato su di loro solo a livello dei gambi e contenni il danno scanalando il fusto in prossimità delle parti già in necrosi, richiusi le ferite per scongiurare altre infezioni e, almeno queste due bimbe riuscirono a completare il ciclo ripagandomi con circa quattro etti e mezzo di erba. Una pianta era a prevalenza indica, l’altra era più sativeggiante e speziata, ricordando parecchio la sua progenitrice Jack Herrer.

In quel mio primo ciclo sfortunato ho pagato a caro prezzo il rischio di mettere a ricovero delle piante provenienti dall’esterno: ero una novizia su tutti i fronti, soprattutto perché non mi sono saputa accontentare…avrei infatti voluto ricavare da quel solo ciclo indoor il mio fabbisogno di un anno ma, purtroppo, quella ganja durò solamente un’estate che, ovviamente, rimarrà negli annali. In quel periodo sperimentai svariate ricette con il mio prodottino e devo dire che sono state tutte super apprezzate…tanto per citare qualcuno, la mia migliore amica si ricorda poco e nulla degli eventi di quell’estate ma le è rimasta impressa la felicità insieme al senso di rilassatezza e spensieratezza che accompagnò quei giorni.

 

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