Franco Loja STRAIN HUNTER

Sono passati diversi mesi ormai dalla scomparsa di una delle icone più rappresentative della passione per la Cannabis e dell’impegno per la sua diffusione e normalizzazione, ma ancora oggi buona parte della comunità internazionale che ruota intorno a questa pianta deve riprendersi da questo shock.

Franco Loja è venuto a mancare improvvisa- mente, dopo una sottovalutata e fulminante malaria cerebrale, la- sciando familiari, amici, colleghi e collaboratori sparsi per il mondo alquanto attoniti e sbalorditi. In questo articolo, che mi viene molto difficile scrivere ma che sento di dover fare per l’amicizia che mi legava a Franco, riporterò i fatti per come mi sono stati raccontati da chi ha vissuto con lui i suoi ultimi giorni di vita, per fare chiarezza per quanto possibile e una volta per tutte, dopo aver letto in questi mesi ogni genere di notizie errate e imprecise.

Franco era una persona unica nel suo genere, un umile ragazzo partito da Torino alla volta dei Paesi Bassi vent’anni or sono, per dare sfogo a quella passione che era diventata una delle sue ragioni di vita: la Cannabis. “Li vedi questi semi?” diceva “Questi semi sono di varietà autoctone, sono semi che posso conservare nel mio archivio, sono semi che posso usare per fare incroci e per creare nuove genetiche che poi vinceranno Cannabis Cup, sono semi che renderanno ricche le persone, che le faranno finire in carcere, che cambieranno destini e vite… ed è per questa ragione che mi sveglio con il sorriso ogni fottuto giorno della mia vita… e io amo tutto questo”. Queste parole, da sole, esprimono l’essenza della sua passione per la Cannabis. Con gli anni è diventato un uomo di punta di una delle più importanti aziende della Cannabis Industry olandese, la GreenHouse Inc, contribuendo con il suo apporto, il suo impegno e il suo lavoro, a creare quell’impero.

“La Cannabis è la mia passione, sento che il mio compito è quello di assicura- re che questa meravigliosa pianta sia preservata e goduta dal genere umano. Sono un fumatore, un coltivatore, e uno Strain Hunter per tutta la vita”. Così descriveva se stesso. Mi permetto di aggiungere che era un padre amorevole per i suoi due figli, Devin e Dion, uno straordinario lavoratore, e un fraterno amico per le poche persone tra le molte che aveva intorno, alle quali permetteva di esserlo. Quasi impossibile seguire i suoi ritmi, fatti di continui spostamenti, cambiamenti di programma, e migliaia di cose per la testa da poter fare… tutto ovviamente #Fullgas, come amava ripetere parafrasando il suo stile di vita. Una volta mi scrisse un messaggio, era il 6 giugno “Ciao, vado a prendere il decimo aereo di giugno”… questo dice tutto. Adorava i suoi ammiratori, almeno tanto quanto loro adoravano lui, tanto da non scomporsi minimamente quando per le vie di Amsterdam alle cinque del mattino tornando a casa, si incontrava qualcuno che chiedeva di fare una foto con lui, sempre disponibile e col suo sorriso. Riusciva a trasmette- re la sua energia agli altri, avendo una buona parola per qualsiasi situazione, per qualsiasi persona, e a qualsiasi orario.

Franco aveva cancellato diverse parole negative dal suo vocabolario, semplicemente per lui certe cose non esistevano. Probabilmente era questo il suo punto di forza: l’arrendersi, lo sconfortarsi, e non sapere come reagire, o anche semplicemente avere una vita vuota, banale o sedentaria erano per lui cose che non esistevano, e non poteva credere che qualcuno stesse a crogiolarsi in quelle situazioni senza reagire. Quando mi comunicarono la sua morte è sceso un gelo interiore che ancora se ne deve andare, anche perché, come ho già scritto altrove, io me lo immagino ancora su un aereo, a percorrere quelle #moremilesthanthepilot (più miglia del pilota) e con #piùpossibilitàdiprecipitare, a scattare foto e a cercare i migliori strain, ovvia- mente sempre #Fullgas. STRAIN HUNTERS In questi ultimi anni Franco e Arjan, il fondatore dell’azienda Green House, tra le altre attività hanno avviato la serie di documentari Strain Hunters il cui scopo è di raccontare e descrivere le loro avventure in località remote, alla ricerca dei migliori strain. Il risultato è stato un successo: il pubblico ha risposto con milioni di visualizzazioni su youtube e con l’acquisto dei dvd. E così, in poco tempo, ’appellativo Strain Hunter arriva ad esprimere l’essenza di Franco, instancabile viaggiatore alla ricerca di genotipi speciali, generati da millenari incroci ad opera di Madre Natura.

Le spedizioni hanno portato gli Strain Hunters in giro per il mondo, dal Marocco all’India, dalla Jamaica allo Swaziland, dal Malawi a Trinidad, passando dalla Colombia e arrivando all’ultimo viaggio in Africa per realizzare il documentario per la Congo Expedition. Ma cos’è successo in Congo? Questa è una domanda lecita. Gli Strain Hunters hanno pianificato ed organizzato una nuova spedizione in Africa nel 2016, nella Repubblica Democratica del Congo. Al loro arrivo a Kingshasa, il gruppo viene accolto all’aeroporto da militari e ufficiali del governo che li scortano direttamente negli uffici presidenziali. Il governo Congolese offre un entusiastico ap- poggio per facilitare l’esecuzione del documentario, e vuole fornire copertura di sicurezza per la squadra.

Questa è un’assoluta novità per il gruppo: mai prima d’ora avevano ricevuto pieno appoggio e sostegno da un governo nel facilitare l’esecuzione delle loro riprese, cosa che viene accolta con molto entusiasmo dagli Strain Hunters ai quali vengono presentate le guide locali Christo, Kabo, e Kaza, un ambasciatore della Federazione Congolese Rastafariana (FERACO), che rappresenta l’enorme comunità Rastafariana in Congo, i cui membri hanno collaborato attivamente ad organizzare la spedizione. In un suo post di quei giorni Franco scriveva: “È difficile descrivere il Congo. Ogni cosa qui è all’estremo. La Natura sembra sotto steroidi, la giungla è lussureggiante e impenetrabile, il sole è più caldo e intenso che altrove, perché si è all’equatore, la pioggia cade così forte che nessun tipo di protezione può mantenerti asciutto, e la gente può essere la più gentile ed ospitale, così come la più aggressiva e difficile da gestire, dipende dalle circostanze. E la Cannabis… la Cannabis in Congo è veramente sbalorditiva. È una del- le più antiche e pure linee autoctone Africane.” Il team ha subito pianificato di visita- re tre aree della zona: Bacongo, Mbuji Mayi, e la periferia di Kisangani, alla ricerca delle varietà di Cannabis Congolesi, la Nera e la Rossa. Durante il viaggio, la loro spedizione ha subito uno stop quando una delle loro guide, Kabo, ha contratto la malaria cerebrale.

Heiko, Direttore creativo della Green House Seeds e collega di Franco per diciassette anni, racconta che “La spedizione ci ha impegnato per tre setti- mane, ed è stata la più difficile e dura che abbiamo mai fatto. Abbiamo avuto a che fare con armi da fuoco, coltelli, machete, malattie, viaggi in barca su fiumi infestati di coccodrilli e ippopotami. Cose di ogni genere!! Quando Kabo si è ammalato eravamo su un fiume, a due giorni dalla civiltà, e con noi avevamo solo dell’olio di Cannabis. Finalmente riuscimmo a raggiungere una cosa che sembrava una baracca. Si trattava del capanno del dottore.

In Congo la malaria è comunissima, ed essendo che molta gente la contrae, se vai anche in un piccolissimo studio medico in mezzo al nulla, sanno esattamente da cosa sei affetto e cosa somministrarti. Così diedero a Kabo un paio di pillole e noi da parte nostra gli demmo un po’ di olio di Cannabis e dopo quattro giorni era di nuovo in piedi e al lavoro per il documentario”. Al loro rientro ad Amsterdam, con il materiale girato ed un quantitativo di campioni e di semi oltre il necessario dalle tre aree visitate del Congo, la spedizione venne etichettata come un pieno successo. MA LA STORIA HA UN SEGUITO Come accaduto in altri Paesi, il passaggio del team di Strain Hunters lascia spesso strascichi positivi. A Trinidad, dopo aver appreso il contenuto del loro documentario il governo decise di depenalizzare la Cannabis, in quanto riconosciuta come sostanza non nociva e non dannosa. E così, dopo il rientro alla base, rappresentanti del governo Congolese hanno contattato il team per discutere di eventuali possibilità di ulteriori col- laborazioni, focalizzate su progetti di Cannabis terapeutica.

Franco, in particolare, era elettrizzato dalle prospettive, anche perché si era innamorato di quella Regione, della sua cultura, e delle persone che ci vivono. Heiko ci racconta che “Franco amava l’Africa, e il Congo gli piaceva particolarmente, anche per la presenza dei Rastafariani. Gli piaceva perché lì tutti fumano Marijuana. La polizia fuma Marijuana, l’esercito fuma Marijuana, e quasi non ci sono droghe pesanti, ed è tutto sommato abbastanza pacifico pur considerando tutta la violenza che c’è in giro”. Dopo l’invito del governo, Franco decise di tornare in DRC nel novembre del 2016 insieme al direttore scientifico della Green House Medical, per condurre ricerche sulle potenziali applicazioni terapeutiche dei cannabinoidi nel trattamento del- le malattie locali. In questo viaggio sono state trovate diverse informazioni che portano a credere che la Cannabis possa essere usata come ottimo farmaco, economico e di semplice preparazione ed impiego in Congo, per trattare malattie come HIV, mala- ria e diarrea. Franco ha esposto al governo i risultati della ricerca con una presentazione in francese, gettando le basi per la creazione di un progetto autorizzato per la Cannabis Terapeutica in quel Paese. Franco tornò nuovamente in Congo nel dicembre 2016, per iniziare a lavorare nell’installazione per il progetto terapeutico, ma in quel momento il Paese si trovava in uno stato di sconvolgimento politico.

In mezzo alle pressioni dell’opposizione politica e del governo degli Stati Uniti che chiedevano il suo ritiro, il presidente Joseph Kabila continuava a rimanere al potere, nonostante la scadenza del suo mandato e l’opposizione minacciasse di scendere in strada. In mezzo ad una massiccia presenza di forze di sicurezza, l’accesso a internet è stato sospeso e il Paese è piombato nel caos e nella violenza. Il presidente non era nella posizione di dimettersi e si sono sviluppate tensioni, causate sia dall’opposizione che dalle corporation, che hanno qualsiasi tipo di interesse nel Paese. Franco si trovava nel campo dove stavamo facendo partire il progetto. Anche se avevamo protezione dal governo, uno degli assistenti voleva por- tarlo in città e in albergo, ma Franco rifiutò perché temeva di non poter ritornare al campo e terminare il lavoro che aveva iniziato.

In città c’era il coprifuoco e nessuno poteva circolare per le strade, così Franco decise di dormire sul posto, ed è probabilmente in quella notte che è stato punto dalle zanzare. Si sospetta che fu a questo punto, il cui momento esatto è e resterà sconosciuto a tutti, che Franco abbia contratto la malaria cerebrale. Prima di Natale rientrò in Europa, e subito dopo le festività cominciò ad avere alcuni sintomi, che scambiò inizialmente per una forte influenza. C’è da specificare, per comprendere a pieno com’era Franco, che era una persona che non si ammalava mai, e che possedeva un’energia inesauribile, un entusiasmo infinito, raramente si lamentava e fondamentalmente ha sempre svolto il lavoro di sei persone, e il cui fisico era abituato a sostenere egregiamente i suoi stessi ritmi di vita, in continuo movimento. Per Natale si trovava in Italia, e subito dopo è tor- nato in Spagna, sua ultima residenza, viaggiando tra Bilbao e Barcellona.

Nei suoi ultimi giorni di vita si trovava a Barcellona, ed aveva riconosciuto che qualcosa non andasse, come ha avuto modo di scrivere lui stesso a colleghi ed amici, ma come ho già scritto la situazione è stata sottovalutata. Arjan insistette perché andasse dal medico, sostenendo l’ipotesi che potesse aver preso un parassita, ma era venerdì 30 dicembre e la maggior parte degli specialisti era già in vacanza. Franco prese un appuntamento per il lunedì successivo (il 2 gennaio), rassicurando Arjan che tutto fosse apposto. Nel pomeriggio di sabato 31 dicembre Franco entrò in coma e morì il lunedì 2 gennaio. Come sia potuto accadere, se lo stanno ancora chiedendo in molti, compreso chi scrive. Le cause del decesso sono tutte da trovare in una grottesca e sfortunata serie di coincidenze e condizioni: Il periodo natalizio con tante cose da fare, molte persone da incontrare e con pochi me- dici professionisti a disposizione, la sua continua mobilità che gli rendeva difficile fermarsi, anche durante le feste; si suppone anche che il morbo che l’aveva colpito gli avesse alterato la capacità di percepire il pericolo. Ma rimangono solo supposizioni. I medici dell’ospedale di Barcellona hanno confermato la morte per malaria cerebrale, di un ceppo particolarmente fulminante.

La malaria è stata curata al suo arrivo in ospedale, mentre a quanto riportato dai dottori che hanno cercato di salvarlo, per il morbo che ha raggiunto il cervello si sarebbe potuto fare qualcosa entro il 26 dicembre. Oltre quella data probabilmente avrebbe potuto anche salvarsi, ma avrebbe comunque subito danni cerebrali. Al funerale, svoltosi a Barcellona, han- no partecipato familiari, amici e colleghi da tutto il mondo e il corpo è stato cremato e portato in Italia. Alla notizia della sua morte sono state centinaia di migliaia le persone che hanno pubblicato una loro fotografia con lui; sono stati diversi gli artisti della comunità Rastafariana congolese a dedicargli una canzone e molte altre sono le iniziative in corso. Se Arjan Roskam è conosciuto come il King of Cannabis, Franco Loja è stato informalmente sempre considerato come un appassionato e animoso profeta della Cannabis, essendo caratterizzato da un rispetto reverenziale per la pianta, infuso in ogni aspetto del suo lavoro, ed è stato sempre apprezzato dalla gente con cui ha lavorato. In Congo non è stato diverso. Anche solo per il fatto di aver insistito per pagare i collaboratori 10 volte tanto la media nazionale, aggiungendo premi produzione, il suo status è divenuto velocemente quasi iconico.

Alla sua morte i congolesi hanno simbolicamente creato la Repubblica Democratica del Fullgas in suo onore. STRAIN HUNTERS: LA RICERCA CONTINUA Un uomo come Franco è semplice- mente impossibile da rimpiazzare, e come conferma Heiko, non ci sono dubbi sul fatto che il progetto medicinale in Congo continui, così come lo faranno i viaggi degli Strain Hunters. “Non c’è motivo per porre fine all’esperienza Strain Hunters. Franco è morto con il tatuaggio Strain Hunters sul braccio destro ed era uno Strain Hunter per la vita e mi prenderebbe a calci in culo se smettessimo di girare i documentari.” Dopo la sua morte, sono diventato anche io uno Strain Hunter. Prima ero parte dell’organizzazione, ero la loro spina dorsale. Ma quando è venuto a mancare, ho deciso di diventare parte atti- va delle spedizioni. In realtà, è proprio una delle ultime cose che mi ha detto Franco. Mi scrisse, in risposta ad un mio messaggio in cui mi lamentavo di esser stato malato per due settimane, che avrei avuto bisogno di tirarmi su, e di partecipare a molti più viaggi con loro e che sarei diventato anch’io un vero Strain Hunter”… Ripetendo le parole di Heiko, non c’è davvero motivo per cui la missione degli Strain Hunters debba interrompersi.

Nei mesi scorsi è uscito l’ultimo documentario, l’ultimo con Franco tra i protagonisti… Non ci resta che godercelo, aspettando la prossima spedizione. I Coffeeshops di Amsterdam, i club di Barcellona, le fiere della Cannabis, le Cannabis Cup… Nulla nel mondo del Cannabusiness sarà uguale a prima, nemmeno questi documentari saranno più gli stessi senza Franco, ma tutto questo deve proseguire, crescere, svilupparsi, perché così avrebbe voluto Franco. Ciao Fratello… #Fullgas. Sempre.

Fondazione Franco Loja Pubblichiamo la traduzione del manifesto della Franco Loja Foundation, creata dopo la morte di Franco al fine di provvedere al sostentamento dei suoi due figli. Franco è stata un’icona ed ha aiutato a cambiare la vita di molte persone. Nel suo ultimo viaggio in Africa ha contratto la malaria cerebrale ed è morto dopo una fulminante ma grave malattia. Il suo lavoro e la sua passione per la pianta di Cannabis ha aiutato il mondo a cambiare il suo punto di vista e la sua eredità vivrà per diverse generazioni a venire. La carriera di Franco, ad alto rischio e con ritmi veloci da “full gas” stava appena prendendo piede. Franco ha investito tutto il suo tempo, i suoi soldi e la sua passione per creare un futuro per sé stesso e i suoi figli, aiutando altre persone in posti come il Congo. I suoi figli erano tutto per lui, ed era un padre meraviglioso. Sfortunatamente al momento della sua morte non aveva ancora realizzato significanti guadagni, che non saranno sufficienti a garantire un supporto alla crescita e all’educazione dei suoi figli. Circostanze personali e spese di lavoro han- no lasciato i suoi figli con un piccolo debito che sarà dedotto da una piccola assicurazione sulla vita, deduzione che deve ancora essere confermata. La Franco Loja Foundation è un fondo mantenuto dalla Stitching Strain Hunters Foundation, con lo scopo di assicurare la copertura delle spese di studio e dei costi generali della vita per i figli di Franco, Dion e Devin, fino a quando non saranno laureati. I soldi sono raccolti attraverso donazioni di amici, ammiratori, collaboratori, aziende e organizzazioni. Il fondo genera introiti anche dalla vendita di pro- dotti collegati a Franco Loja, e ricevendo diritti d’autore dalle licenze di vendita di prodotti con il marchio registrato Franco Loja o prodotti ad esso collegati. Stitching Strain Hunters Foundation è responsabile per il fondo fino a quando Devin & Dion non saranno adulti. Fino ad allora le seguenti persone rappresenteranno la Franco Loja Foundation e controllano il fondo: Heiko Hampsink – Tesoriere Simon Sperring – Segretario Jelle Klein – Presidente Franco Loja Foundation Fund Stichting Strain Hunters Foundation Registered in Amsterdam, Netherlands KvK: 617 603 66 Informazioni bancarie per le donazioni: Stichting Strain Hunters Foundation IBAN: NL19 ABNA 0476 7467 79 SWIFT/BIC: ABNANL2A ACCOUNT: 476 7467 79 www.francolojafoundation.com

 

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